Il vero correttore di bozze è quello che soffre fisicamente per i refusi: la sua è una malattia psicosomatica. Può leggere centinaia di pagine su genocidi, stupri etnici, catastrofi naturali, assassini seriali, streghe che divorano neonati, il tutto senza batter ciglio. Ma se vede un doppio spazio, un apice nel verso sbagliato, un errore di ortografia, una virgola troppo staccata dalla parola che la precede – ecco che lo percorre quel brivido profondo di disagio, quel prurito, quella smania di far giustizia, di drizzare i torti, di ristabilire l’ordine messo a soqquadro. Quando si tratta di refusi, il più mite correttore di bozze, con tanto di bandierina della pace esposta sul davanzale, si trasforma in un interventista umanitario, perfino in un guerrafondaio: guai a lasciare degli errori di battitura a piede libero in un libro sul Rwanda. Qualcuno potrebbe vedere in questa sua curiosa forma mentis il segno di una schizofrenia morale, tratto che peraltro non manca mai nell’identikit psicologico di ogni buon genocida.