Mi è sempre rimasta dentro, come una tossetta cronica, la frase che Solgenitsin ha pronunciato una volta varcata la soglia dell Occidente: vengo da un mondo in cui non c’è libertà di parola e arrivo in un mondo dove si può dire tutto ma non serve a niente! L’assolutismo delle dittature e il relativismo dei regimi democratici sono entrambi liberticidi? Il grande intellettuale russo, lo scrittore, il dissidente duro e puro, era passato dal pensiero unico sovietico al vacuo edonismo della società dei consumi, in cui a ogni valore corrisponde un’etichetta col prezzo, secondo la logica del mercato. Si è subito reso conto che la libertà di parola, in Occidente, è fortemente condizionata dalla libertà di pensiero: nell’Unione Sovietica non si poteva esprimere con le parole il proprio pensiero, nell’Occidente democratico c’era libertà di parola, ma non di pensiero. Sia di qua che di là della cortina di ferro l’individuo viveva come uno schizofrenico. Tra pensare e dire si intrometteva un’idiosincrasia, diciamo anche una bugia. Qui da noi prestigio, identità, moralità, religiosità, utopie, speranze, generosità, negli anni occidentali di Solgenitsin, erano entità che stavano trovando una loro mercificazione: per ogni forma di malessere s’inventava una medicina. Addirittura si crearono medicine contro la paura delle malattie. Furono realizzati prodotti che facevano dimagrire senza rinunciare a rimpinzarsi di ghiottonerie. Nasce l’epoca del caffè senza caffeina, dello zucchero senza zucchero, dell’allegria artificiale.
Insomma qualcuno si preoccupava di toglierci i problemi, e piano piano anche i dubbi. Mi domando dove c’è meno libertà: nell’impossibilità di parlare o nell’impossibilità di pensare?
Insomma qualcuno si preoccupava di toglierci i problemi, e piano piano anche i dubbi. Mi domando dove c’è meno libertà: nell’impossibilità di parlare o nell’impossibilità di pensare?